Martedì, Ottobre 13, 2009

● Il peso della verità

Quello che all’estero è accettato come ovvio, in Italia è tradizionalmente non tollerato. Come è noto, per sostenere il peso della verità ci vogliono spalle forti, e gli Italiani - da sempre abituati a mescolare le carte e rimettere tutto in discussione (anche la realtà dei fatti) senza venire mai a capo di nulla - non potranno mai reggerne il peso. Non potranno mai essere altro che servi, perché il primo passo verso la libertà è prendere atto della realtà, invece in Italia dire la verità è un’azione che viene punita come un’offesa: infatti esiste il reato d’opinione… ma che democrazia è?!
E’ questa la chiave di lettura per capire il comportamento anomalo degli Italiani, sul quale tutto il mondo libero s’interroga.

I vertici dell’Associazione stampa estera in Italia preferiscono la linea del riserbo, mentre i corrispondenti stranieri che seguono le vicende politiche italiane sono più loquaci. E alle accuse del premier sul ruolo della stampa estera replicano con distacco: «Facciamo semplicemente il nostro lavoro» dicono in molti. «Negli anni di Bush – spiega Barbie Nadeau che oggi firma un articolo sul premier sul Newsweek - molti quotidiani italiani attaccavano il presidente Usa, senza che questo comportasse alcun tipo di reazione». Di qui lo stupore per un attacco «piuttosto generico», che non è legato a fatti concreti.

«Si accusa la stampa di scrivere luoghi comuni – dice Tobias Piller del quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung – mentre non c’è luogo comune peggiore che dire che la stampa estera avrebbe sputtanato l’Italia. Una terribile generalizzazione. Il governo fornisce scarsissime informazioni ai giornalisti. L’unica cosa che i giornalisti non possono fare è scrivere notizie false, se il premier ha da ridire parli di fatti concreti».

La butta sull’ironia Philippe Ridet, firma per l’Italia di Le Monde. «Non sono io che sono andato al compleanno di Noemi – dice – Non sono io che ho invitato la D’Addario, non sono io che sono stato bocciato dalla Consulta. Sono problemi di Berlusconi e il mio lavoro è parlare dei suoi problemi».

Laconico il collega francese del quotidiano conservatore Le Figaro, Richard Heuze: «Se c’è qualcosa da dire lo dico sul giornale», mentre critiche al premier arrivano dai corrispondenti spagnoli. Se Miguel Mora Diaz di El Pais si limita a dire «noi facciamo il nostro lavoro, se a lui non piace peccato», Irene Hernandez del conservatore El Mundo definisce gli attacchi di Berlusconi «solo un’anomalia in più, tra le tante». In nessun altro paese, assicura, «sarebbe possibile avere un primo ministro con questo conflitto di interessi e con problemi non risolti con la giustizia».

Non è affatto stupito, invece, Guy Dinmore, firma del Financial Times: «Non mi sembra tanto grave – dice – fa parte del normale dibattito, ognuno ha la libertà di dire ciò che vuole». D’accordo anche Yossi Bar, segretario della stampa estera, che precisa però di parlare a titolo personale. «Sono due organismi liberi – dice – la stampa è libera e può dire ciò che vuole così come lui può dire ciò che vuole. Quel che è certo è che Berlusconi è stato eletto e sarà mandato via quando gli italiani decideranno, non la stampa. Mi sembra più una sceneggiata che una cosa seria».


Condividi

JusPrimaeNoctis on Facebook
Vai su

Area amministrazione